Morloi's Digital Dungeon

It's complicated: complessità e complicazione non sono la stessa cosa. Pensieri di fine anno.

Dec 31, 2025

Quest’anno ha colpito duro: voglio dire, anche il macrocosmo non se la passa certo bene, ma nel mio privatissimo microcosmo le cose sono state e continuano ad essere complicate.

Uso il termine complicate perché di base nella complessità, qualsiasi essa sia, trovo insita una bellezza in grado di muoverci altrove. La complicazione è un muro, straniante, che appare ingiustificato e ingiustificabile. La complicazione è disarmante, stanca, affligge, spegne.

È incredibile, come in un’epoca di pesante rifiuto della complessità, in cui tutte le questioni si tagliano con l’accetta, la vita in genere sia diventata irragionevolmente complicata: mi occupo da una eternità di informatica, e, al netto di abbagli dovuti all’età impietosa che avanza, ho la precisa sensazione che, ad esempio, le interfacce di servizi che usiamo ogni santissimo giorno siano diventate illogiche, astratte, farraginose, non rispondenti ad alcuna esigenza effettiva dell’utente.

Guru Meditation

La sensazione non mi è nuova, forse ne ho avuto per la prima volta coscienza effettiva quando ho preso in mano il primo Iphone di un collega: un solo tasto, una tastiera virtuale piccola e senza feedback effettivo, misteriose gesture da imparare per fare andare applicazioni spesso di una banalità disarmante. Mi pareva davvero che quell’oscuro oggetto negasse praticamente tutti i principi di design dell’interazione uomo-macchina che mi erano cari (Caffettiera del Masochista, anyone?).

Evidentemente sbagliavo, visto il successo che quell’affare e i suoi successori hanno avuto. O forse no, non sbagliavo, semplicemente sottovalutavo quanto l’umanità possa essere masochista. D’altra parte era già successo con l’mp3: decine, centinaia di lettori musicali, interfacce simili a quelle dei walkman, collaudate, file transfer di una semplicità disarmante, poi arriva l’ipod e, pur complicando una roba di per se già giunta ad una sua maturazione, sbaraglia tutti. Voglio dire, ad un certo punto hanno tolto pure lo schermo, manco un undicatore del numero della traccia che si stava suonando. Per non parlare della necessità di passare da una applicazione proprietaria per caricare (e comprare) la musica sul dispositivo.

Di base è almeno una ventina d’anni che con i computer facciamo le stesse cose: navigare siti internet, scrivere documenti, produrre fogli di calcolo, disegnare/impaginare, programmare, giocare, fare video/musica, scrivere email.

Certo, molte cose sono cambiate, i video sono in alta risoluzione, i giochi sono enormemente più complessi, ma alla fin fine stiamo lavorando con uno schema che ha trovato la sua maturità fra la fine dei 90 e l’inizio dei 2000: anche dal punto di vista dei sistemi operativi e dell’interazione uomo/macchina, siamo fermi lì.

Windows 95, MacOs X, Linux KDE/Gnome: in fondo non è sbagliato, se il sistema desktop/schermo/mouse/tastiera/finestre si è rivelato vincente e adatto alle esigenze, è corretto che il design si sia cristallizzato. È successo anche con le auto: in oltre 100 anni il sistema pedali/volante non ha subito variazioni significative, tanto che ci è possibile sostanzialmente guidare qualsiasi auto (l’unica differenza è fra cambio automatico o manuale) con un solo addestramento.

Il problema è che in realtà tante di quelle cose che funzionavano, appaiono oggigiorno più complicate: i software non hanno quasi più la loro controparte fisica, sono abbonamenti, spesso non è manco chiaro se siano effettivamente installati sulla propria macchina o risiedano su macchine altrui (il famigerato cloud). E anche se sono installati poi richiedono accesso alla rete, oppure di essere avviati tramite piattaforme terze (come Steam, nel caso dei giochi), abbisognano di aggiornamenti continui, a cui ormai manco prestiamo più attenzione. Poi pesano. Giga e giga di dati, librerie, asset che vanno ad ingolfare sistemi con processori di ultima generazione, giga e giga di ram, hd a stato solido rapidi e silenziosi.

Poi la mania di nascondere: i telefonini hanno un filesystem, in fondo sono computer, ma la struttura di directory e la logica di salvataggio dei file è oscurata da strati di astrazione che, in teoria, hanno lo scopo di semplificare la vita all’utente. Tutto questo per limitare la frizione in ingresso: e tutto potrebbe funzionare, più o meno, a patto che ci si adegui agli standard imposti dagli stessi produttori. Per cui attiva un account cloud per fare il backup del telefono (che sia android o iphone non importa, la sostanza è uguale), passano gli anni e i giga aumentano, perché rinunciamo a fare pulizia del quantitativo impressionante di immagini e video raccolti, troppo difficile, troppo faticoso.

Nascondere la complessita, creando complicazioni: difficile gestire le foto, difficile dividerle in logiche proprie, bisogna cedere alle logiche preimpostate, difficile anche solo trasferire le immagini via USB. Qualche settimana fa ci ho provato, dal telefono di mia moglie, perché voleva vederle, dividerle in cartelle, eliminare definitivamente quel che non serviva più. L’operazione doveva essere tutto sommato semplice, ma avendo il sistema creato un’unica cartella per le foto della camera, il numero di file era esagerato e il tutto crashava di continuo, senza dare evidenza di errori.

L’errore d’altra parte è sinonimo di complessità, è il momento in cui la crisi diventa evidente e dobbiamo affrontarla. Ad un certo punto chi si occupa di design di interfacce ha deciso che l’errore è brutto e cattivo: ve li ricordate i blue screen of death di windows? Odiosi vero? Eppure una loro funzione l’avevano e all’occhio esperto fornivano indicazioni precise. Nei sistemi mac già da tempo è in auge la strategia del fallimento silenzioso: una applicazione si chiude, così, senza colpo ferire, senza motivo. E lascia il dubbio all’utente che in fondo la colpa sia sua, forse un comando toccato involontariamente, una sequenza sbagliata, un pensiero troppo ardito.

E nei telefoni peggio: sempre il famigerato telefono di mia moglie aveva deciso di surriscaldarsi, di non mandare più notifiche, di rallentare talmente tanto da essere inutilizzabile. Il problema? La memoria libera, pericolosamente bassa. Eppure nessuna indicazione vera, nessun errore, niente di niente. Il telefono era diventato semplicemente più complicato da usare, più difficile, più macchinoso e lento. Ancora una volta la complicazione aveva vinto sulla complessità.

Complessità che, con la scusa della sicurezza e della privacy, le bigtech tendono sempre di più a nascondere ed allontanare - niente più store alternativi, niente più webapp, sono pericolose - e in fondo l’unico vero motivo è il monopolio, sottrarre l’utente alla complessità, sostituendola con una complicata sequela di decisioni unilaterali, che hanno il solo scopo di inchiodarlo e creare dipendenza.

Ma in fondo tutto questo è sempre enshittification, l’informatica e l’automazione in genere non riguardano più la risoluzione di problemi dell’utente, quanto il “semplice” generare profitto, utilizzando ogni mezzo, generando problemi che gli utenti non sono in grado di risolvere da soli, ma che in realtà non sono neanche problemi, ma complicazioni alimentate dalle stesse bigcorp che sviluppano sistemi operativi, app, piattaforme, device.

E questo 2025 ha visto la coronazione di tutte le supercazzole: l’AI generativa come panacea contro tutte le complessità, l’arma finale per rendere l’utente ancora più scemo e i sistemi ancora più inutilmente complicati.

Vabbè, non mi dilungo, in sostanza è stato un anno di merda, dove si è lavorato troppo, con obiettivi completamente sbagliati, complicando le cose semplici, senza cogliere la bellezza legata alle molteplici complessità di questo mondo.

Cosa mi auguro? Di lavorare meno, di gioire della complessità, di abbracciare ogni qualvolta sia possibile le persone che valgono nella mia vita.

Buon Anno! P.S. ho buttato fuori qualche bit sonoro, con il progetto collettivo AD/SR, puro Dungeon Synth DIY, prendetelo come regalo di fine anno AD/SR -Dungen Synth for the Masses - Vol 1